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Dome Bulfaro

Verso di qua Verso di la

Il video “Verso di qua Verso di là”, a cura della RSI, Radiotelevisione Svizzera di lingua italiana - senz’altro uno dei migliori prodotti audiovisivi sullo slam usciti negli ultimi anni - e l’intervista che Luna Luciano mi ha fatto per la sua tesi di laurea, oltre ad essere nati nello stesso giorno, il 20 ottobre 2020 a Roma, sono maturati nello stesso periodo e usciti quasi in contemporanea. Ha senso continuare a non separare queste due esperienze, che sembrano nate per restare insieme: vi auguro quindi buona visione e buona lettura.

 

 

“Questo sarà il secolo della poesia”

Intervista a Dome Bulfaro di Luna Luciano

 

Dome Bulfaro è un poeta e performer, tra i più attivi nello sviluppo della poesia performativa. Ha ideato e cofondato la LIPS, Lega italiana poetry slam e ha raccolto le storie del fenomeno internazionale dello slam nel libro Guida liquida al poetry slam (2016). È stato tra i primi in Italia a sviluppare e diffondere la poetry therapy ed è ideatore e direttore di PoesiaPresenteLAB, Scuola di poesia. L’intervista riportata di seguito si è tenuta a Roma, il 20 ottobre 2020, prima che Bulfaro conducesse, con Marco Miladinovic, come MC, il poetry slam “Verso di qua Verso di là” organizzato al Monk dall’Ambasciata Svizzera di Roma, con direzione artistica di Lello Voce.

 

Leggendo Il pubblico della poesia Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli  sostenevano che l’unico pubblico rimasto ai poeti fossero i poeti stessi. Siamo davanti al clichè del lettore-poeta. Il poetry slam ha disinnescato questo circolo vizioso del poeta che legge ad altri poeti? Ed è veramente necessario ampliare questo “pubblico”?

Sicuramente il poetry slam smonta questo meccanismo andando a creare un pubblico di massa della poesia che prima non esisteva. In un’intervista del 1966 a Eugenio Montale, a cura di Leone Piccioni per la Rai, alla domanda se esistesse un pubblico della poesia, Montale risponde che ne dubita affermando che il pubblico dei poeti è composto dai poeti stessi. Condizione che, almeno in Italia, non è cambiata per tutto il Novecento. I primi a porsi seriamente il problema del pubblico della poesia, come un problema da affrontare e risolvere, sono stati i poeti del Gruppo ’93, gruppo non a caso fondato tra gli altri anche da Lello Voce, lo slampapi d’Italia, che ha importato lo slam nel nostro paese nel 2001. Il fenomeno è però restato verticale fino alla nascita della LIPS nel 2013. Con la Lega Italiana Poetry Slam (LIPS) il movimento slam italiano si è affermato anche come fenomeno orizzontale, andando finalmente a creare una pubblico su larga scala.

Ciò che Mark Kelly Smith ha tentato di compiere in America, prima con la fondazione del suo gruppo di poeti performer, il Chicago Poetry Ensemble (1985), che si esibivano tutti i lunedì nel Monday Night Poetry Reading presso il Get Me High Lounge e poi, ogni domenica sera, presso il Green Mill con l’ideazione del poetry slam domenica 20 luglio 1986, è stato quello di restituire un pubblico alla poesia che non fosse composto di pochi, sparuti, poeti. Smith, frequentando i reading dei poeti laureati, si era reso conto non solo di quanto le loro letture fossero noiose, ma quanto la poesia fosse stata posta da questi poeti accademici in una zona elitaria, lontana dalle persone comuni. La poesia invece, secondo Smith doveva essere un bene comune condiviso da tutti. Da qui nasce uno dei principi fondamentali dello slam:la poesia è un diritto di tutti.

Nell’ultimo libro sullo slam che ho curato, Voice Waves / L’onda della voce (Mille Gru, 2020), delineo una Carta dei Diritti Costituzionali espressi dallo slam e i principi filosofici. Il poetry slam non va considerato solo in quanto gara di poesia, format e fenomeno estetico, ma anche come fenomeno sociale, politico, rituale, filosofico. Quando parliamo di poetry slam dobbiamo essere consapevoli che stiamo ragionando di un fenomeno stratificato che svolge più ruoli e funzioni. Nel poetry slam la poesia torna ad essere un fatto sociale, con la parola “fatto” intendo recuperare la radice etimologica del fare poesia, il verbo greco poiéin (ποιέιν, fare) da cui deriva. C’è nello slam intrinseca l'idea di recuperare la funzione sociale e catartica della poesia, come accadeva in quella greca, nel nesso che c’è tra chi interpreta il testo e chi ne fruisce. Gli ingredienti essenziali che hanno permesso di “ricostruire” il pubblico della poesia sono stati due: l’interattività e il ruolo da protagonista del pubblico. Il pubblico non è composto da spettatori passivi da intrattenere con la spettacolarizzazione, il pubblico è posto volutamente al centro dell’agire poetico; così facendo la poesia ritorna a svolgere il suo ruolo di medium che celebra di fatto il nuovo matrimonio, direi rinnovamento di matrimonio, tra poeta e pubblico.

E’ interessante che ad oggi si pensi al libro (l’oggetto-libro) come unico medium di poesia, invece in questo caso a sua volta è la poesia ed essere mezzo di se stessa, dunque?

Sì, la poesia torna ad essere anche medium di se stessa, attraverso la voce del poeta, che le dà respiro, corpo, sangue insieme al pubblico, nella relazione poeta-pubblico la poesia torna ad essere un luogo comune. Intendo non la sterilità di un principio, ma un luogo che finalmente ricostituisce il luogo della poesia, un luogo comune. La poesia è nata per vivere sia nell’intimità del sé che nella comunità del sé. In questo senso potremmo dire che la poesia è un principio generativo di comunità. Lo è sempre stato nelle culture orali. Lo slam ce lo ha ricordato.

Per quanto riguarda l’editoria che rapporto si è instaurato con il poetry slam? Chi fa slam poi pubblica libri di poesie? O su carta, cambiando appunto il medium, verrebbe meno la poeticità e il senso della poesia?

In realtà in Italia un’editoria legata a poeti che hanno attraversato il mondo del poetry slam non esiste a eccezione dello straordinario lavoro fatto dal collettivo storico torinese Sparajurij, in sinergia prima con la casa editrice No Reply e la rivista “Atti impuri” e poi con Miraggi edizioni, che ha proseguito la pubblicazione della rivista e che ha avviato la collana Voci. Poi c’è la mia casa editrice Mille Gru, di Monza, legata all’omonimo collettivo storico che, come Sparajurij, tanto ha fatto per il movimento slam. Nella collana multimediale PoesiaPresente pubblichiamo dal 2008 poeti orali internazionali come l’iraniana Ziba Karbassi, l’inglese Stephen Watts, la sudafricana Tania Haberland, l’italiano Simone Savogin ed ora ha appena curato il libro Voice Waves. Un lavoro molto importante lo sta facendo Squi[libri], editore romano, con la collana multimediale Canzoniere, e sicuramente la milanese Agenzia X, che oltre a curare i libri legati al Premio Dubito hanno voluto pubblicare Guida liquida al Poetry Slam. In questi ultimi due casi gioca un ruolo fondamentale, da battitore libero, il poeta Lello Voce.

Comunque sia, nonostante il fenomeno dello slam si sia ormai ampiamente affermato e si sia ritagliato la sua fetta di mercato, le opportunità editoriali per chi fa poesia orale, a parte il settore poesie per bambini, sono ancora poche. Una prima ragione la si può trovare proprio nel fatto che nella poesia performativa il testo viaggia principalmente, per dirla con Gabriele Frasca, «di fiato in fiato, di corpo in corpo», il testo nello slam prima di tutto si genera e s’incarna nel poeta che lo interpreta nel qui e ora; inoltre va detto che spesso il testo presentato nello slam è transmediale, ovvero è un testo che si sviluppa e adatta a più media (carta, cd, dvd, online). La sua vera natura è quella di balzare fuori dalla pagina scritta e quindi fuori dalla Letteratura. Un testo orale, come lo sono i migliori testi proposti nel poetry slam, non si esaurirà quasi mai solo nel testo scritto, perché la sua prima vera pubblicazione avviene dal vivo. Quando rendo pubblico il mio discorso in realtà lo sto pubblicando, impressionando nell’anima di chi lo ascolta. L’evoluzione continua di questa transmedialità in termini di comunicazione da un lato è un punto di forza del testo orale, dall’altro mette in difficoltà le case editrici perché le costringe a riprogettarsi in tempi sempre più stretti nei media da utilizzare per veicolare al meglio l’opera.

Quando il poetry slam nasce è scandalo nel mondo accademico e tra i critici, esiste ancora una linea di demarcazione, di contrapposizione così netta e precisa?

Benché esista ancora una contrapposizione con il mondo accademico, secondo me oggi è decisamente diminuita. Personalmente ho lavorato molto in questi anni per far sì che questo accadesse. Ci sono festival tradizionalmente collegati alla poesia lirica, intimista e non performativa, che si sono assolutamente aperti, commissionando slam, penso prima di tutto ad esempio al Festival internazionale “Europa in versi”, per cui ho curato l’“International poetry slam” nel 2018 e nel 2019.

Oggi lo slam vive ancora questo rapporto conflittuale con il mondo “accademico” o si è lasciato alle spalle questa contrapposizione? Che rapporto ha dunque con la critica?

Sicuramente nel 2016 la situazione era così come l’ho descritta nel libro, ad oggi nel 2020, dopo quattro anni dalla sua uscita, credo di poter dire che siamo entrati in un’altra fase, più dialogica, anche se i pregiudizi da eliminare nei confronti di chi fa poesia orale sono ancora tanti. Le due fazioni ovvio non si amalgameranno mai, i due corsi d’acqua non troveranno mai una perfetto confluire, anche perché i “poeti di carta” dovrebbero ammettere e accettare di buon grado che la Letteratura è un affluente, per quanto decisivo per molti secoli, della poesia orale. La sorgente della poesia è orale, come orale è il suo fiume principale.

Ciò che purtroppo continua a mancare è la capacità critica di leggere un testo performativo, mancano alla maggior parte dei più ferrati critici letterari proprio le basi di come approcciare criticamente ad un testo performativo. Ancora oggi, in modo del tutto inappropriato, si usano criteri per la lettura critica di un testo performativo, che vanno bene per il testo letterario (scritto) ma non per un testo performativo (orale).

In Letteratura circostante di Simonetti, nel saggio introduttivo si afferma l’idea che la Letteratura, e forse vale ancor più per la poesia, fatichi a rimanere solo un testo scritto e che abbia bisogno con sé di forme comunicative immediate come un’immagine, la musica e a questo punto anche l’arte performativa. Lo slam nasce da questa commistione? Possiamo definirla veramente una forma ibridata, se è così quanto è importante questa ibridazione?

Quando parliamo di performance poetry, parliamo sostanzialmente di Spoken word e Spoken music, che sono arti che vanno già oltre la Letteratura. La performance poetry, a sua volta, si colloca all’interno di ciò che noi chiamiamo poesia orale, nella quale rientrano anche altre forme e nuovi forme di poesia crossover, termine che preferisco rispetto alla parola “ibridazione”. La letteratura, che nasce e si afferma con la rivoluzione gutenberghiana, rappresenta oggi una delle opzioni mediatiche per comunicare il testo poetico. Per alcuni poeti resterà l’unica, per altri sta diventando una delle possibilità. Quando, ad esempio nel 2005 Lello Voce, ha pubblicato Fast blood solo in CD, con libretto allegato, e non con libro + CD, ha affermato implicitamente che i poeti non vedono più il libro come mezzo di trasporto-supporto principale delle parole poetiche. Molti poeti internazionali che arrivano dallo slam utilizzano solo il video su internet (YouTube, Vimeo, …) per veicolare la propria poesia performativa. La poesia performativa dal vivo è una produzione poetica audiovisiva in 3D, polisensoriale. Gabriele Frasca nel libro La lettera che muore ricostruisce molto bene la genesi della letteratura e la sua relazione “nel reticolo mediale” odierno. Se dovessimo rispondere a queste tue domande tenendoci all’interno di un contesto che contempla la poesia orale primaria e secondaria – vedi Havelock, Ong –, dovremmo parlare più che di “ibridazione” o “commistione”, di ritorno della poesia alla sua dimensione originaria. Quello che realmente sta succedendo è che si sta tornando a cercare un contatto con la propria voce originale nell'originario. Dopo secoli di Letteratura la dimensione originaria e originale tornano nella poesia, in modo evidente, a coincidere.

Sempre un poeta che nasce nel poetry slam Alessandro Burbank in un’intervista rilasciata a Francesca Sante parla di un suo progetto di portare la poesia nelle istituzioni perché «la poesia non ha una sua istituzione. [...] la poesia non è liquida. La mia intenzione era di portarla nelle istituzioni» come se la poesia non avesse un vero e proprio luogo o istituzione, con il poetry slam cosa cambia, è la stessa cosa?

La poesia orale è fluida, anzi a dirla tutta, essendo fatta d’aria, è gassosa. Se dovessimo guardare alla performance poetry come arte dello spettacolo, anche restando fedeli alle riflessioni di Paul Zumthor, uno dei maggiori studiosi della voce in relazione alla poesia orale, potremmo dire che la poesia ha da sempre un luogo a lei deputato: il teatro. Ma come dicevo, la poesia orale è gassosa, specie nel poetry slam che ha due luoghi perfetti per lei: “l’ovunque” e, prendendo in prestito un verso di Claudio Recalcati, “un altrove qualunque”. Ovunque si può accedere ad un altrove, dimensione che in relazione all’ordinario è propria della poesia, qualunque sia la forma, lo stile, l’argomento, a patto che questo qualunque non venga tramutato in qualunquismo.

Lo slam va a smontare la certezza che esista un unico luogo deputato. Infatti si fanno slam in chiese consacrate, sconsacrate, nei negozi, bar, teatri, in strada…ovunque appunto. Questa molteplicità è importante che ci sia per far sì che la comunità non sia solo orizzontale ma anche verticale. È importante che ci siano tanti slam che fanno vibrare alla base le corde del territorio e slam che sappiano dialogare con le grandi istituzione, come accade stasera (20 ottobre 2020) in cui tra un'oretta inizierà uno slam promosso dall'ambasciata Svizzera, che ho l’onore di co-condurre con Marko Miladinovic. È fondamentale per la crescita artistica di un movimento slam nazionale che si organizzino slam internazionali di qualità, anche tra due paesi italofoni come avviene questa sera (Svizzera-Canton Ticino e Italia).

Nel poetry slam, in generale esistono due tipi di comunità. C’è una comunità temporanea, che a grandi linee corrisponderebbe alla Temporary Autonomous Zone (TAZ) di Hakim Bey, che ad esempio si comporrà stasera con questo slam, e poi c’è una seconda comunità: la slam family, che è la parte fondante, l'hardware della comunità slam. Non si può parlare di luoghi senza parlare di comunità, perché la comunità, in quanto parte costituente del logos, è essa stessa “luogo” per eccellenza dello slam.

Esistono invece dei rischi nello slam? All’interno di Guida liquida riporti i pro e contro del poetry slam. Tra i più celebri Harold Bloom in un suo articolo critica aspramente il poetry slam. Ad esempio chiunque faccia poetry slam può essere appellato “poeta?

È chiaro che Harold Bloom non ha mai compiuto in vita sua nessun training per arrivare a fare poesia performativa di qualità. Non sa quanto lavoro e sapienze artistiche si debbano acquisire per mettere a punto un corpo che sappia coniugare poeticamente a meraviglia il linguaggio verbale con quello non verbale. Quando non si conosce bene un argomento bisognerebbe avere l’umiltà di astenersi oppure avere la cura di esprimersi con la massima cautela. In Italia Maurizio Cucchi, in un articolo sul Corriere della Sera, critica ferocemente i poeti che attraversano l’esperienza slam, senza sapere nemmeno come si scrive correttamente la parola slammer.

Ma torniamo alla domanda relativa a chi può essere appellato come “poeta”, la quale non può essere però disgiunta da un’altra domanda: “chi ha il diritto di appellare come poeta una persona?”. Vorrei risponderti attraverso un parallelismo con il mondo del calcio. Come sai esistono calciatori di terza categoria e calciatori di Serie A, ma tutti quando praticano il calcio vengono chiamati calciatori. Nel processo di democratizzazione della poesia è inevitabile che si democratizza anche la figura del poeta e il suo ruolo sociale. Ogni persona ha il diritto, anche solo per una sera, di essere appellato con il nominativo di poeta. Possiamo affermare, in senso lato, che colui che fa poesia è poeta in quel breve momento, così come un uomo che gioca nelle categorie dilettanti è un calciatore nel momento in cui gioca una partita di calcio del suo campionato corrispondente. Dovremmo ripensare il ruolo identitario del poeta, non come un ruolo ma come una condizione impermanente che in alcune persone diventa una condizione così costante da assurgere a status sociale. Ma anche chi acquisisce questo status permanente è sempre sottoposto al distinguo tra fare il poeta e essere poeta. Lo slam, fenomeno orizzontale, afferma dal basso che tutti hanno il diritto di riconoscere a una persona il ruolo di poeta, mentre il mondo accademico della poesia, fenomeno verticale, afferma dall’alto, che l’unico che può riconoscere a una persona il ruolo di poeta è solo colui che entra a far parte del mondo accademico ed elitario.

Sempre per approfondire le diverse forme poetiche ho letto il Manifesto del Movimento per l’Emancipazione della Poesia (il MeP) e qui si dichiara che l’intento è quello di affrancare ed emancipare la poesia «da quella che è un sistema editoriale, accademico e si propone quale rete alternativa di creazione e diffusione di poesia contemporanea». Il poetry slam quindi è anch’esso un militante poetico?

Lo slam è un atto politico e sociale, quindi è “militante poetico”. Inoltre è interessante osservare che la sua natura è ossimorica; è un rito in cui convivono costantemente visioni e situazioni opposte. Nel giro di pochi minuti, ad esempio, si può passare dal vivere la dimensione pagana al vivere la dimensione sacra della poesia: quando un poeta declama si è spesso immersi in un silenzio di ascolto intenso, non altrettanto facile da ravvisare nei reading. Durante uno slam ti rendi conto di quanto non solo la poesia ma la sua dimensione sacra, non risiedono solo nel testo poetico che viene letto ma anche nella relazione empatica che si crea tra chi dice e chi ascolta.

Creando un questionario da sottoporre ad un potenziale pubblico di lettori e non lettori, ho posto una domanda riguardo i nuovi strumenti mediali “Pensi che i nuovi mezzi di comunicazione aiutino la poesia?” al momento con 250 risposte, siamo ad un 50% di risposte positive ed un 50% di risposte negative. Il poetry slam come si pone nei confronti dei nuovi strumenti di comunicazione, ho visto ad esempio che siete molto attivi su Instagram, qui potremmo anche parlare, volendo, degli Instapoet.

La rinascita e la divulgazione della poesia sono passate anche attraverso il web. Non è un parere ma un fatto inconfutabile. Molte nuove forme di poesia si stanno sviluppando dalle specificità dei media che si utilizzano, la crescita esponenziale dell’interesse per la poesia dipende dal web. Basti pensare al ruolo che i blog hanno avuto per i poeti nati negli anni Settanta.

Nello specifico del poetry slam da qualche anno si sono sperimentate alternative anche  online di slam più o meno legittime e riuscite. La pandemia ha solo dato un’accelerazione esponenziale, su un processo che era già in atto, anche se a mio avviso lo slam è un format che funziona al meglio se in presenza. Si può vedere del teatro anche in tv ma la sua dimensione ideale resta quella dal vivo. Lo stesso principio vale per il poetry slam. Tuttavia quando parliamo di poesia orale o meglio di oralità secondaria, bisogna aver chiaro che la dimensione online rientra di fatto come uno degli aspetti dell’oralità secondaria. Ci sono poeti che costantemente condividono sul web le proprie e altri composizioni poetiche attraverso blog, social medium (Facebook), servizi di notizie e microblogging (Twitter),servizi di rete sociale (Instagram) e supiattaforme (Tumblr, YouTube,Twitch), adattandosi alle specifiche modalità espressive e fruitive del medium scelto. Gli instaport hanno il merito di aver saputo intercettare il pubblico web meglio degli altri e, con i loro versi validi o meno, hanno rilanciato come lo slam un fortissimo interesse dei giovani verso la poesia. Si può entrare in merito alla qualità delle singole ricerche artistiche di Rupi Kaur, Tyler Knott Gregson, Robert M. Drake, Amanda Lovelace, Guido Catalano, Silvia Ciompi, ma eviterei di condannare un processo che, di fatto, riporta i giovani ad amare tutta la poesia, compresa quella dei classici. Lo slam dal vivo e gli instapoet online rappresentano due fenomeni che sono riusciti laddove le scuole superiori e l’università hanno fallito per decenni: far amare la poesia ai giovani. Il problema è sempre la qualità della ricerca e la consapevolezza di ciò che uno compie rispetto al medium che utilizza per esprimersi e comunicare. Il problema è sempre di come coniughi la profondità con la superficie.

Abbiamo fino ad adesso parlato di Poesia, ma ad oggi qual è il suo stato di “salute” siamo di fronte ad una Rinascita della poesia? Capita ad esempio che rispetto ad anni fa ci siano degli articoli di giornale che parlano delle nuove forme poetiche, magari in sfavore, ma almeno si torna  parlare di poesia ?

La poesia ha finito di essere la Cenerentola delle arti. Ogni secolo ha la sua arte che meglio lo rappresenta, questo secolo sarà quello della poesia. Nella mia vita lo è già ma se usciamo dagli stressati imposti dal secolo precedente e rifacciamo sbocciare “il fiore inverso” (Voce) della poesia in tutta la sua espressività, come ha evidenziato lo stesso Yves Bonnefoy in un’intervista, ci accorgeremo che abita la nostra quotidianità in tante forme, come molta musica d’autore ad esempio…

Effettivamente Bob Dylan ha vinto il premio nobel per la Letteratura nel 2016.

Esatto, questo sarà il secolo della poesia, perché abbiamo bisogno di nutrirci non di fake ma parole nude, una parola “onesta” direbbe Saba, che però sappiano travalicare gli assurdi steccati delle correnti, dei medium adottati, ecc… soprattutto oggi in cui la disinformazione nasce dall’ipertrofia informativa, restituire vigore e trasparenza alla parola è diventata un’esigenza non solo dei poeti ma di un’intera umanità.